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261 Caesar autem rationem adhibens consuetudinem vitiosam et corruptam pura et incorrupta consuetudine emendat. itaque cum ad hanc elegantiam verborum Latinorum--quae etiam si orator non sis et sis ingenuus civis Romanus tamen necessaria est--adiungit i lla oratoria ornamenta dicendi tum videtur tamquam tabulas bene pictas conlocare in bono lumine. hanc cum habeat praecipuam laudem in communibus non video cui debeat cedere. splendidam quandam minimeque veteratoriam rationem dicendi tenet voce motu for ma etiam magnificam et generosam quodam modo.
261 Cesare invece avvalendosi di un meto­do razionale corregge una consuetudine difettosa e cor­rotta con una consuetudine pura e incorrotta. 806 Perciò allorché a questa elegante purezza del suo latino - la quale è comunque necessaria anche se uno non è un ora­tore ma solo un romano bennato - egli aggiunge gli or­namenti del linguaggio oratorio sembra quasi collocare in buona luce` delle tavole ben dipinte. Possedendo ol­tre a quelli che gli sono comuni con altri anche questo pregio peculiare non vedo a chi la debba cedere.` Ha un metodo oratorio brillante che non scade mai a me­stiere e al quale inoltre la voce le movenze la sua figura conferiscono in un certo qual modo magnificenza e no­biltà».
262 Tum Brutus: orationes quidem eius mihi vehementer probantur. compluris autem legi; atque etiam commentarios quosdam scripsit rerum suarum. Valde quidem inquam probandos; nudi enim sunt recti et venusti omni ornatu orationis tamquam veste detracta. sed dum voluit alios habere parata unde sumerent qui vellent scribere historiam ineptis gratum fortasse fecit qui volent illa calamistris inurere: sanos quidem homines a scribendo deterruit; nihil est enim in historia pura et inlustri brevitate dulcius. sed ad eos si placet qui vita excesserunt revertamur.
262 Allora Bruto: «Le sue orazioni mi piaccio­no davvero molto; e ne ho lette parecchie; ha anche scrit­to dei memoriali sulle sue imprese».` «E sono proprio molto pregevoli» dissi. «Sono infatti nudi ` con una naturalezza schietta e piena di grazia: spogliati come di una veste di ogni ornamentazione sfilistica. Ma volen­do mettere a disposizione di altri i materiali cui potesse attingere chi intendesse scrivere storia ` ha fatto forse cosa gradita agli sciocchi che vorranno arricciarli col ca­lamistro; ma le persone ragionevoli le ha scoraggiate dallo scrivere di ciò: infatti nella storia non c'è niente di più gradevole di una concisione pura e luminosa.` Ma se vi va torniamo ai defunti.
263 C. Sicinius igitur Q. Pompei illius qui censor fuit ex filia nepos quaestorius mortuus est; probabilis orator iam vero etiam probatus ex hac inopi ad ornandum sed ad inveniendum expedita Hermagorae disciplina. ea dat rationes certas et praecepta dicendi; quae si minorem habent apparatum--sunt enim exilia -- tamen habent ordinem et quasdam errare in dicendo non patientes vias. has ille tenens et paratus ad causas veniens verborum non egens ipsa illa comparatione disciplinaque dicendi iam in pat ronorum numerum pervenerat.
263 Gaio Sicinio ' dunque nipote per parte di ma­dre di quel Quinto Pompeo che fu censore ` morì dopo aver rivestito la questura; fu un oratore apprezzabile anzi anche apprezzato: un prodotto del metodo di Erma­gora 815 che non fornisce gli strumenti per l'ornamenta­zione retorica ma costituisce una comoda guida all'in­venzione. Questo metodo provvede di norme precise e di precetti per l'oratoria; questi anche se hanno ben scarsa magnificenza di apparato aridi come sono han­no tuttavia un ordine e tracciano vie che non permetto­no all'oratore di smarrirsi. Quegli
seguendo tali vie presentandosi alle cause ben preparato e non mancando di facilità di parola proprio grazie alla preparazione for­nita da questo metodo era gìà8" entrato nel numero de­gli avvocati.
264 erat etiam vir doctus in primis C. Visellius Varro consobrinus meus qui fuit cum Sicinio aetate coniunctus. is cum post curulem aedilitatem iudex quaestionis esset est mortuus; in quo fateor volgi iudicium a iudicio meo dissensisse. nam populo non e rat satis vendibilis: praeceps quaedam et cum idcirco obscura quia peracuta tum rapida et celeritate caecata oratio; sed neque verbis aptiorem cito alium dixerim neque sententiis crebriorem. praeterea perfectus in litteris iurisque civilis iam a patre A culeone traditam tenuit disciplinam.
264 Era poi un uomo di grandissima cul­tura Gaio Visellio Varrone mio cugino ` per età vicino a Sicinio. Morì dopo l'edilità quando era presidente di un tribunale;"9 confesso che a proposito di lui il giudizio del volgo era in disaccordo col mio. Infatti presso il po­polo incontrava poco: la sua eloquenza era in qualche modo precipitosa e oscura non solo per la troppa sotti­gliezza ma anche perché nel suo impeto torrenziale ` era offuscata dalla stessa rapidità; ma non mi sarebbe facile indicare uno che avesse maggiore precisione di espressioni o maggiore frequenza di formulazioni bril­lanti; inoltre aveva un'ottima formazione letteraria e padronanza della scienza del diritto civile che gli era stata tramandata dal padre Aculeone.`
265 reliqui sunt qui mortui sint L. Torquatus quem tu non tam cito rhetorem dixisses etsi non derat oratio quam ut Graeci dicunt politikon. erant in eo plurumae litterae nec eae volgares sed interiores quaedam et reconditae divina memoria summa verborum et gravitas et elegantia; atque haec omnia vitae decorabat gravitas et integritas. me quidem admodum delectabat etiam Triari in illa aetate plena litteratae senectutis oratio. quanta severitas in voltu quantum pondus in verbis quam nihil non consideratum exibat ex ore!
265 Restano tra i morti Lucio Torquato :82' non lo si poteva tanto de­finire retore anche se non gli mancava l'eloquio quanto piuttosto come dicono i greci [politi­kós] .' Aveva una cultura molto vasta e non banale ma preziosa e sofisticata una memoria divina la più grande solennità ed eleganza di linguaggio; e tutto ciò era ornato dalla serietà di carattere e dall'integrità di co­stumi. Mi piaceva moltissimo anche l'eloquenza di Tria­rio 826 piena nonostante l'età di un'attempata cultura. Quanta severità nel suo volto! Quanta autorevolezza nel­le sue parole! Quanto ponderata ogni cosa che gli usciva di bocca! »
266 Tum Brutus Torquati et Triari mentione commotus--utrumque enim eorum admodum dilexerat --: ne ego inquit ut omittam cetera quae sunt innumerabilia de istis duobus cum cogito doleo nihil tuam perpetuam auctoritatem de pace valuisse. nam nec istos e xcellentis viros nec multos alios praestantis civis res publica perdidisset. Sileamus inquam Brute de istis ne augeamus dolorem. nam et praeteritorum recordatio est acerba et acerbior exspectatio reliquorum. itaque omittamus lugere et tantum quid quis que dicendo potuerit quoniam id quaerimus praedicemus.
266 Allora Bruto commosso dalla menzio­ne di Torquato e di Triario (ad ambedue aveva infatti voluto assai bene): «Ah! Io » disse «per non parlar delle altre innumerevoli pene quando penso a codesti due mi rammarico che a niente siano valsi i tuoi continui inter­venti in pro della pace. Lo stato non avrebbe perduto né questi uomini eccelsi né tanti altri eminenti cittadini». «Non parliamo di questi argomenti Bruto » dissi «pernon accrescere il nostro dolore. Infatti è amaro il ricordo del Passato e ancora più amara l'attesa dei resto che de­ve venire. Perciò smettiamo di piangere e accontentia­moci di mettere in evidenza le qualità dei singoli oratori giacché è questo l'oggetto della nostra indagine.
267 Sunt etiam ex iis qui eodem bello occiderunt M. Bibulus qui et scriptitavit accurate cum praesertim non esset orator et egit multa constanter; Appius Claudius socer tuus conlega et familiaris meus: hic iam et satis studiosus et valde cum doctus tum etiam exercitatus orator et cum auguralis tum omnis publici iuris antiquitatisque nostrae bene peritus fuit. L. Domitius nulla ille quidem arte sed Latine tamen et multa cum libertate dicebat.
267 Tra coloro che sono periti nella stessa guerra vi sono anche Marco Bibulo che scrisse con frequente impegno e in maniera accurata `9 tanto più che non era un vero oratore e dimostrò in molti casi fermezza di ca­rattere; tuo suocero Appio Claudio ` mio collega ' e arnico:` fu un oratore dal notevole impegno molto ric­co di cultura e anche di esperienza pratica; ebbe inoltre grande competenza non solo nel diritto augurale ' ma anche in tutto il diritto pubblico e nelle nostre antichità. Lucio Domizio` parlava senz'arte alcuna 835 ma tutta­ via in un buon latino e con grande indipendenza.
268 duo praeterea Lentuli consulares quorum Pu blius ille nostrarum iniuriarum ultor auctor salutis quicquid habuit quantumcumque fuit illud totum habuit e disciplina; instrumenta naturae derant; sed tantus animi splendor et tanta magnitudo ut sibi omnia quae clarorum virorum essent non dubitaret asciscere eaque omni dignitate obtineret. L. autem Lentulus satis erat fortis orator si modo orator sed cogitandi non ferebat laborem; vox canora verba non horrida sane ut plena esset animi et terrori s oratio; quaereres in iudiciis fortasse melius in re publica quod erat esse iudicares satis.
268 E poi i due Lentulì consolari: l'uno Publio il ven­dicatore dei miei torti il patrocinatore della mia salvez­za 836 quel che aveva quale che ne fosse l'entità lo doveva interamente alla scuola; le doti naturali gli mancava­no; ma tanta era la nobiltà e la grandezza del suo animo che egli non esitava a rivendicare per sé le prerogative dei personaggi di più alto prestigio preservandole con digni­tà. Invece Lucio Lentulo 837 fu un oratore piuttosto ener­gico se pure fu un oratore ma non sopportava la fatica di preparare i discorsi. Aveva una voce sonora e un'elo­cuzione non del tutto rozza: tanto che ' la sua eloquenza era piena di una formidabile animosità. 83' Nei tribunali si sarebbe forse potuto richiedere qualcosa di meglio; nei dibattiti politici quel che aveva lo si poteva ritener suffi­ciente.
269 ne T. quidem Postumius contemnendus in dicendo; de re publica vero non minus vemens orator quam bellator fuit effrenatus et acer nimis sed bene iuris publici leges atque instituta cognoverat. Hoc loco Atticus: putarem te inquit ambitiosum esse si ut dixisti ii quos iam diu conligis viverent. omnis enim commemoras qui ausi aliquando sunt stantes loqui ut mihi imprudens M. Servilium praeterisse videare.
269 Quanto a eloquenza neppure Tito Postu­mio` era disprezzabìle; se poi si trattava di politica co­me oratore non aveva meno ardore che come combatten­te; era troppo violento e facile ai trasporti ma conosceva bene le leggi e gli ordinamenti del diritto pubblico. » A questo punto Attico: «Penserei» osservò «che sei mosso da interesse come hai detto ` se fossero vivi quelli che già da tempo vai catalogando. Infatti tu ricor­di tutti quelli che una volta o l'altra hanno avuto il co­raggio di mettersi in piedi per parlare in pubblico: tanto che mi pare sia per distrazione che hai tralasciato Marco Servilio»."'
270 Non inquam ego istuc ignoro Pomponi multos fuisse qui verbum numquam in publico fecissent quom melius aliquanto possent quam isti oratores quos colligo dicere; sed his commemorandis etiam illud adsequor ut intellegatis primum ex omni numero q uam non multi ausi sint dicere deinde ex iis ipsis quam pauci fuerint laude digni.
270 «Io Pomponio » dissi «certo non ignoro che vi son stati parecchi che in pubblico non han­no mai aperto bocca pur essendo in grado di parlare no­tevolmente meglio di questi oratori che sto elencando; ma rammentando costoro ottengo anche quello scopo che ho detto:` che voi possiate rendervi conto in primo luogo di come con tutta la gente che c'è non siano stati molti quelli che hanno avuto il coraggio di parlare in pubblico; e in secondo luogo anche tra questi di quanti pochi siano stati meritevoli di lode.
271 itaque ne hos quidem equites Romanos amicos nostros qui nuper mortui sunt P. Cominium Spoletinum quo accusante defendi C. Cornelium in quo et compositum dicendi genus et acre et expeditum fuit; T. Accium Pisaurensem cuius accusationi r espondi pro A. Cluentio qui et accurate dicebat et satis copiose eratque praeterea doctus Hermagorae praeceptis quibus etsi ornamenta non satis opima dicendi tamen ut hastae velitibus amentatae sic apta quaedam et parata singulis causarum generibus argumenta traduntur.
271 Pertanto non tralascerò neppure questi due cavalieri romani amici miei che sono morti da poco tempo: Publio Cominio di Spoleto che fu l'accusatore nel processo in cui difesi Gaio Cornelio e praticava un genere di eloquenza or­dinato vivace e spedito; Tito Accio di Pesaro alla cui accusa risposi come difensore di Aulo Cluenzio che parlava in maniera accurata e abbastanza copiosa e si era inoltre formato sulla precettistica di Ermagora la quale anche se non correda di un'opulenta ornamenta­zione stilistica fornisce tuttavia - come i giavellotti provvisti di cinghia che si danno ai veliti - una serie di argomenti ben organizzati in vista dei diversi generi delle cause.`
272 studio autem neminem nec industria maiore cognovi quamquam ne ingenio quidem qui praestiterit facile dixerim C. Pisoni genero meo. nullum tempus illi umquam vacabat aut a forensi dictione aut a commentatione domestica aut a scribendo aut a cogitando . itaque tantos processus efficiebat ut evolare non excurrere videretur; eratque verborum et dilectus elegans et apta et quasi rotunda constructio; cumque argumenta excogitabantur ab eo multa et firma ad probandum tum concinnae acutaeque sententiae; gest usque natura ita venustus ut ars etiam quae non erat et e disciplina motus quidam videretur accedere. vereor ne amore videar plura quam fuerint in illo dicere; quod non ita est: alia enim de illo maiora dici possunt. nam nec continentia nec pietate nec ullo genere virtutis quemquam eiusdem aetatis cum illo conferendum puto.
272 Non ho però conosciuto nessuno che avesse zelo e operosità più grandi per quanto neppure per talento mi sarebbe facile indicare uno che fosse supe­riore` a mio genero Gaio Pisone .Non aveva mai un solo momento di tempo che fosse libero o dai discorsi forensi o dagli esercizi di declamazione a casa o dallo scrivere o dal progettare i discorsi. Perciò faceva tali progressi che più che correre sembrava volare; aveva un linguaggio di scelta eleganza con un periodare ben connesso e per dir così rotondo ; non solo sapeva escogitare argomenti numerosi e solidi per provare il suo as­sunto ma aveva formulazioni penetranti e disposte con elegante simmetria; e il suo gestire era per natura così ag­graziato da parere che vi si aggiungessero anche l'artificio - che proprio non c'era - e movenze derivanti dal­lo studio. Temo che possa sembrare che per affetto io gli attribuisca più qualità di quante ne ebbe; non è così: infatti di lui si possono fare altre più grandi lodi; perché io non credo che nessuno tra quelli della sua stessa età gli fosse paragonabile per la capacità di controllare le pas­sioni per i sentimenti di filiale devozione o per alcun tipo di virtù.
273 nec vero M. Caelium praetereundum arbitror quaecumque eius in exitu vel fortuna vel mens fuit; qui quamdiu auctoritati meae paruit talis tribunus plebis fuit ut nemo contra civium perditorum popularem turbulentamque dementiam a senatu et a bonorum causa steterit constantius. quam eius actionem< multum tamen et splendida et grandis et eadem in primis faceta et perurbana commendabat oratio. graves eius contiones aliquot fuerunt acres accusationes tres eaeque omnes ex rei publicae contentione suscep tae; defensiones etsi illa erant in eo meliora quae dixi non contemnendae tamen saneque tolerabiles. hic cum summa voluntate bonorum aedilis curulis factus esset nescio quomodo discessu meo discessit a sese ceciditque posteaquam eos imitari coepit quo s ipse perverterat.
273 E non credo di dover tralasciare Mar­co Celio ` quale che ne sia stata alla fine della vita la sorte o l'inclinazione;` egli finché obbedì alla mia autorità fu un tale tribuno della plebe che nessuno si schierò con maggior fermezza a sostegno del senato e della causa della gente perbene contro la demagogica e turbolenta follia di cittadini sciagurati. t ... t era tuttavia fortemente sostenuta da un'eloquenza splendida e grandiosa nonché particolarmente spiritosa e fine davvero. Di lui ci furono alcuni importanti discorsi di fronte all'assemblea popolare."e tre accuse focose tutte intraprese per fervido zelo verso lo stato; i discorsi di difesa anche se era migliore in quel che ho appena detto tuttavia erano non spregevoli e del tutto accettabili. Eletto edile curule col più grande favore di tutta la gente perbene con la mia partenza se ne dipartì non so come da se stesso e cadde dopo che ebbe incominciato a imitare quelli che proprio lui aveva abbattuto.
274 sed de M. Calidio dicamus aliquid qui non fuit orator unus e multis potius inter multos prope singularis fuit: ita reconditas exquisitasque sententias mollis et pellucens vestiebat oratio. nihil tam tenerum quam illius comprensio verborum nihil tam flexibile nihil quod magis ipsius arbitrio fingeretur ut nullius oratoris aeque in potestate fuerit: quae primum ita pura erat ut nihil liquidius ita libere fluebat ut nusquam adhaeresceret; nullum nisi loco positum et tamquam in vermiculato emblemate ut ait Lucilius structum verbum videres; nec vero ullum aut durum aut insolens aut humile aut [in] longius ductum; ac non propria verba rerum sed pleraque translata sic tamen ut ea non inruisse in alienum locum sed immigrasse in suum diceres; nec v ero haec soluta nec diffluentia sed astricta numeris non aperte nec eodem modo semper sed varie dissimulanterque conclusis.
274 Ma diciamo qualcosa di Marco Calidio che come oratore non fu uno tra i tanti ma piuttosto tra i tanti quasi unico nel suo genere: così morbido e diafano era lo stile che ne rivestiva le idee originali e raffinate. Niente di così tenero come il suo periodare niente di così flessibile niente che maggiormente si prestasse a venir plasmato secondo la sua volontà: nessun oratore ebbe di ciò un dominio altrettanto pieno. In primo luogo questo periodare era puro al punto di essere di una limpidezza ineguagliabile fluiva tanto liberamente che non aveva modo di ristagnare .Non avresti visto una parola chenon fosse collocata al suo posto e come inserita per usare l'espressione di Lucilio ` in un "medaglione di fine mosaico";" e nessuna che sonasse dura inconsueta triviale o peregrinamente ricercata. E non usava termini propri ma per lo più traslati: in un modo tuttavia che si sarebbe detto che avessero non invaso il luogo altrui ma preso dimora nel loro proprio. Le parole non erano slegate né disaggregate ma vincolate a dei ritmi non scoperti né sempre uniformi ma dalla cadenza variamente dissimulata.
275 erant autem et verborum et sententiarum illa lumina quae vocant Graeci schemata quibus tamquam insignibus in ornatu distinguebatur omnis oratio. 'qua de re agitur' autem illud quod multis locis in iuris consultorum includitur formulis id ub i esset videbat.
275 C'erano poi quegli ornamenti che danno lustro"s alle parole e ai pensieri che i greci chiamano [schérnata]:"` il discorso ne era tutto punteggiato come avviene quando delle decorazioni spiccano in un addobbo. "Il punto in questione" -quest'espressione che ritorna tante volte nelle formule dei giureconsulti - sapeva poi bene individuarlo.
276 accedebat ordo rerum plenus artis actio liberalis totumque dicendi placidum et sanum genus. quod si est optumum suaviter dicere nihil est quod melius hoc quaerendum putes. sed cum a nobis paulo ante dictum sit tria videri esse quae orator efficere d eberet ut doceret ut delectaret ut moveret duo summe tenuit ut et rem inlustraret disserendo et animos eorum qui audirent devinciret voluptate; aberat tertia illa laus qua permoveret atque incitaret animos quam plurumum pollere diximus; nec erat ul la vis atque contentio: sive consilio quod eos quorum altior oratio actioque esset ardentior furere et bacchari arbitraretur sive quod natura non esset ita factus sive quod non consuesset sive quod non posset. hoc unum illi si nihil utilitatis habebat afuit; si opus erat defuit.
276 A ciò si aggiungeva una disposizione molto studia­ta degli argomenti un'azione oratoria dalla signorile ele­ganza e un'eloquenza nell'insieme placida e di buon gusto. Se la perfezione consiste nel parlare in maniera gradevole non c'è da pensare di poter trovare di meglio di lui. Ma poco fa ho detto che secondo me tre sono i risultatì che l'oratore deve ottenere - cioè di informare di dilettare di suscitare forti emozioni -: ora per due di queste cose egli aveva un talento eccellente cioè per delucidare una materia tramite la discussione e per tenere avvinti gli animi degli ascoltatori col godimento che loro procurava; gli mancava la terza qualità quella che consiste nello smuovere e nell'eccitare gli animi: ed è questa come ho detto che conta più di tutto. E in lui non c'era neanche vigore né impeto: vuoi di proposito perché convinto che quanti avevano una qualche elevatezza di stile e un po' di ardore nell'azione si comportassero come dei pazzi furiosi o fossero in preda a un delirio da baccanti; vuoi che la sua natura non fosse fatta per una cosa del genere vuoi che gliene mancasse la consuetudine vuoi che proprio non gli fosse possibile. Questo soltanto se si trattava di una cosa del tutto inutile egli non l'ebbe; ovvero se si trattava di una qualità indispensabile gli fece difetto.`
277 quin etiam memini cum in accusatione sua Q. Gallio crimini dedisset sibi eum venenum paravisse idque a se esse deprensum seseque chirographa testificationes indicia quaestiones manifestam rem deferre diceret deque eo crimine accurate et exquisite dis putavisset me in respondendo cum essem argumentatus quantum res ferebat hoc ipsum etiam posuisse pro argumento quod ille cum pestem capitis sui cum indicia mortis se comperisse manifesto et manu tenere diceret tam solute egisset tam leniter tam o scitanter.
277 Anzi mi ricordo che nella sua accusa contro Quinto Gallio l'aveva incolpato di aver­lo voluto avvelenare; diceva di aver scoperto la cosa e di portare in tribunale documenti scritti deposizioni di te­stimoni informazioni dichiarazioni ottenute sotto tortura insomma una faccenda di un'evidenza lampante; quando ebbe esposto le sue accuse in maniera accurata e minuziosa io nel rispondere dopo aver svolto quelle argomentazioni che le cose permettevano sfruttai inoltre come argomento proprio il fatto che lui mentre diceva di aver scoperto una spaventosa macchinazione contro la sua persona e di avere in mano le prove che si cercava la sua morte aveva parlato in maniera tanto rilassata tanto pacata tanto neghittosa.
278 'tu istuc M. Calidi nisi fingeres sic ageres? praesertim cum ista eloquentia alienorum hominum pericula defendere acerrume soleas tuum neglegeres? ubi dolor ubi ardor animi qui etiam ex infantium ingeniis elicere voces et querelas solet? nulla p erturbatio animi nulla corporis frons non percussa non femur; pedis quod minimum est nulla supplosio. itaque tantum afuit ut inflammares nostros animos somnum isto loco vix tenebamus.' sic nos summi oratoris vel sanitate vel vitio pro argumento ad d iluendum crimen usi sumus.
278 Tu Marco Calidio se questa faccenda non fosse tutta una tua in­venzione parleresti così? Proprio tu che con l'eloquenza che hai sei avvezzo a scongiurare con tanta energia i pericoli di gente che ti è estranea davanti a uno tuo proprio ' rimarresti indifferente? Dov'è l'emozione? Dove il fuoco dell'animo che anche a chi non ha la facoltà della parola è solito strappare voci e gemiti dal fondo del cuore? Il tuo animo non era agitato e neppure il tuo corpo: nessun colpo sulla fronte né sulla coscia nemmeno che è ben piccola cosa un battito del piede. Perciò tanto c'è mancato a che tu riuscissi a infiammarci l'animo: a codesto punto riuscivamo a stento a trattenere il sonno." In tal modo di questa peculiarità di quel sommo oratore sanità di gusto o difetto che fosse io mi av­valsi per smontare la sua accusa. »
279 Tum Brutus: atque dubitamus inquit utrum ista sanitas fuerit an vitium? quis enim non fateatur cum ex omnibus oratoris laudibus longe ista sit maxuma inflammare animos audientium et quocumque res postulet modo flectere qui hac virtute caruerit i d ei quod maxumum fuerit defuisse? Sit sane ita inquam; sed redeamus ad eum qui iam unus restat Hortensium; tum de nobismet ipsis quoniam id etiam Brute postulas pauca dicemus. quamquam facienda mentio est ut quidem mihi videtur duorum adulescentium qui si diutius vixissent mag nam essent eloquentiae laudem consecuti.
279 Allora Bruto: «E si può restare in dubbio» disse «se si trattasse di sanità di gusto o di un difetto? Dal momento che tra tutti i pregi dell'oratore di gran lunga il più grande è quello che dicevi di saper infiammare gli animi degli ascoltatori e di piegarli in qualunque modo la causa richieda chi non ammetterebbe che a uno al quale manca questa qualità fa difetto la cosa più impor­tante?». «Sia pure così;» dissi «ma torniamo al solo che ci rimane Ortensio;"' poi siccome tu Bruto mi richiedi anche questo ` dirò poche parole di me stesso. Per quanto si debba far menzione - così almeno mi sembra - di due giovani che se fossero vissuti più a lungo avrebbero conseguito grande gloria nell'eloquenza.»
280 C. Curionem te inquit Brutus et C. Licinium Calvum arbitror dicere. Recte inquam arbitraris; quorum quidem alter [quod verisimile dixisset] ita facile soluteque verbis volvebat satis interdum acutas crebras quidem certe sententias ut nihil posset ornatius esse nihil expeditius. atque hic parum a magistris institutus naturam habuit admirabilem ad dicendum; industriam non sum expertus studium certe fuit. qui si me audire voluisset ut coeperat honores quam opes consequi maluisset. Quidnam est inquit istuc? et quem ad modum distinguis?
280 «Penso» fece Bruto «che tu voglia dire Gaio Curione` e Gaio Licínio Calvo.» «Pensi bene;» dissi; «al primo le idee talora notevolmente fini e comunque senz'altro abbondanti fluivano di bocca in parole di tale facilità e scioltezza che niente poteva esserci di più elegante e di più spedito. Con una ben scarsa formazione di scuola aveva uno straordinario talento naturale per l'eloquenza; della sua attività non ho esperienza diretta; impegno e passione ne ebbe senz'altro. Se avesse voluto darmi ascolto come aveva incominciato a fare avrebbe mirato agli onori delle magistrature'" piuttosto che alla potenza.» «Che vuol dire questo?» fece. «E come fai questa distinzione?»
281 Hoc modo inquam. cum honos sit praemium virtutis iudicio studioque civium delatum ad aliquem qui eum sententiis qui suffragiis adeptus est is mihi et honestus et honoratus videtur. qui autem occasione aliqua etiam invitis suis civibus nactus est i mperium ut ille cupiebat hunc nomen honoris adeptum non honorem puto. quae si ille audire voluisset maxuma cum gratia et gloria ad summam amplitudinem pervenisset ascendens gradibus magistratuum ut pater eius fecerat ut reliqui clariores viri. quae quidem etiam cum P. Crasso M. f. initio aetatis ad amicitiam se meam contulisset saepe egisse me arbitror cum eum vementer hortarer ut eam laudis viam rectissimam esse duceret quam maiores eius ei tritam reliquissent.
281 «In questo modo» dissi. «L'onore di una magistratura è un premio al valore di una persona conferito in base al giudizio e al favore dei cittadini: chi lo consegue grazie alla loro propaganda e al loro suffra­gio lo considero onorevole e oriorato.` Chi invece sfruttando una qualche opportunità anche contro la vo­lontà dei suoi concittadini riesce a metter le mani sul po­tere ` com'egli desiderava ` costui ottiene solo l'onore di un nome non l'onore vero di una magistratura."' Se avesse voluto dare ascolto a questi princìpi sarebbe arri­vato alle posizioni più eminenti godendo del più grande credito e della gloria più grande salendo gradualmente attraverso le magistrature come avevano fatto suo pa­dre e tutti gli altri personaggi di maggiore rilievo. Di questi argomenti credo di aver spesso trattato anche con Publio Crasso figlio di Marco ` quando nella prima gioventù si era accostato alla mia amicizia: lo esortavo calorosamente a considerare come la più retta via alla gloria quella che i suoi antenati gli avevano lasciato col cammino segnato dai loro passi.
282 erat enim cum institutus optume tum etiam perfecte planeque eruditus ineratque et ingenium satis acre et orationis non inelegans copia; praetereaque sine arrogantia gravis esse videbatur et sine segnitia verecundus. sed hunc quoque absorbuit aestus q uidam insolitae adulescentibus gloriae; qui quia navarat miles operam imperatori imperatorem se statim esse cupiebat cui muneri mos maiorum aetatem certam sortem incertam reliquit. ita gravissumo suo casu dum Cyri et Alexandri similis esse voluit qui suum cursum transcurrerant et L. Crassi et multorum Crassorum inventus est dissimillimus.
282 Oltre ad aver rice­vuto un'educazione eccellente aveva una formazione culturale di consumata perfezione cui aggiungeva un in­gegno notevolmente penetrante ed una dovizia oratoria non priva di eleganza; inoltre aveva un'aria di serietà au­torevole ma senza presunzione e di ritegno ma senza indolenza. Ma anch'egli fu come inghiottito dall'onda impetuosa di una gloria inconsueta per i giovani; sicco­me da sottoposto aveva dignitosamente servito sotto il suo generale bramava di diventar subìto generale una funzione per la quale la nostra tradizione patria ri­chiede` limiti d'età ben determinati e un sorteggio dal­l'esito indeterminabile.` Così nella sua disastrosa rovi­na egli che voleva esser simile a Ciro e ad Alessan­dro ` i quali avevano percorso di gran carriera il loro cammino si rivelò quanto mai diverso da Lucio Cras­so 896 e da tanti altri Crassi.
283 Sed ad Calvum--is enim nobis erat propositus--revertamur; qui orator fuit cum litteris eruditior quam Curio tum etiam accuratius quoddam dicendi et exquisitius adferebat genus; quod quamquam scienter eleganterque tractabat nimium tamen inquirens in s e atque ipse sese observans metuensque ne vitiosum conligeret etiam verum sanguinem deperdebat. itaque eius oratio nimia religione attenuata doctis et attente audientibus erat inlustris multitudine autem et a foro cui nata eloquentia est devoraba tur.
283 Ma torniamo a Calvo:` era infatti di lui che ci eravamo proposti di parlare. Fu un oratore con più vasta cultura letteraria di Curione ` e inoltre presentava un genere di eloquenza più accurato e più raffinato; sebbe­ne lo praticasse con perizia ed eleganza tuttavia era nei propri stessi confronti troppo critico e sorvegliato: nel timore di accogliere in sé del sangue infetto perdeva an­che quello buono. Perciò la sua oratoria assottigliata dagli scrupoli eccessivi era tenuta in gran pregio dai competenti e dagli ascoltatori attenti; ma la moltitudine del foro per la quale è fatta l'eloquenza la mandava giù senza gustarla. »
284 Tum Brutus: Atticum se inquit Calvus noster dici oratorem volebat: inde erat ista exilitas quam ille de industria consequebatur. Dicebat inquam ita; sed et ipse errabat et alios etiam errare cogebat. nam si quis eos qui nec inepte dicunt nec odiose nec putide Attice putat dicere is recte nisi Atticum probat neminem. insulsitatem enim et insolentiam tamquam insaniam quandam or ationis odit sanitatem autem et integritatem quasi religionem et verecundiam oratoris probat. haec omnium debet oratorum eadem esse sententia.
284 Allora Bruto: «II nostro Calvo» disse «voleva esser chiamato oratore attico; di là veniva codesta ma­grezza che egli ricercava a bella posta». «Diceva così;» risposi «ma sbagliava lui e induceva in errore anche al­tri. Giacché se uno ritiene che parlino atticamente coloro che parlano senza goffaggini e senza risultare molesti o insopportabilmente affettati costui giustamente non potrà apprezzare nessuno che non sia attico. Infatti pro­va avversione per l'insulsaggine e per la stravaganza co­me per una forma di demenza dell'orazione mentre ap­prova un gusto sano e integro quasi come un segno della coscienziosità e del decoro dell'oratore. Questo deve essere l'identico parere di tutti gli oratori.
285 sin autem ieiunitatem et siccitatem et inopiam dummodo sit polita dum urbana dum elegans in Attico genere ponit hoc recte dumtaxat; sed quia sunt in Atticis alia meliora videat ne ignoret et gradus et dissimilitudines et vim et varietate m Atticorum. 'Atticos' inquit 'volo imitari.' quos? nec enim est unum genus. nam quid est tam dissimile quam Demosthenes et Lysias quam idem et Hyperides quam horum omnium Aeschines? quem igitur imitaris? si aliquem: ceteri ergo Attice non dicebant? s i omnis: qui potes cum sint ipsi dissimillumi inter se? in quo illud etiam quaero Phalereus ille Demetrius Atticene dixerit. mihi quidem ex illius orationibus redolere ipsae Athenae videntur. at est floridior ut ita dicam quam Hyperides quam Lysias: natura quaedam aut voluntas ita dicendi fuit.
285 Se poi uno mette nel genere attico uno stile macilento risecchi­to misero purché sia forbito urbano elegante fin qui e solo fin qui è nel giusto; ma siccome tra gli oratori at­tici c'è chi è migliore per una cosa e chi per l'altra stia attento a non ignorare le gradazioni le differenze l'in­dole degli attici in tutta la sua varietà. "Sono gli attici che voglio imitare" dice. Quali? Infatti non sono di un genere solo. Perché cosa c'è di così diverso quanto Demostene e Lisia ` o sempre Demostene ed Iperide o Eschine` da tutti questi? Chi imiti dunque? Uno in particolare? e gli altri allora non parlavano atticamen­te? Tutti insieme? e come potresti visto che sono tanto diversi tra loro? E a tale proposito voglio sapere anche questo se parlava atticamente quel famoso Demetrio Falereo.` Almeno a me pare che dai suoi discorsi esali il profumo stesso di Atene. Ma è più florido ` per dir così di Iperide o di Lisia: era la sua natura o fece que­sta scelta stilistica.
286 Et quidem duo fuerunt per idem tempus dissimiles inter se sed Attici tamen; quorum Charisius multarum orationum quas scribebat aliis cum cupere videretur imitari Lysiam; Demochares autem qui fuit Demostheni sororis filius et orationes scripsit al iquot et earum rerum historiam quae erant Athenis ipsius aetate gestae non tam historico quam oratorio genere perscripsit. at Charisi vult Hegesias esse similis isque se ita putat Atticum ut veros illos prae se paene agrestes putet.
286 Ci furono appunto nello stesso periodo due oratori tra loro diversi e tuttavia attici: l'uno Carisio 903 fu autore di molti discorsi che scriveva per altri ed ap­pariva voler imitare Lisia; invece Democare ` figlio di una sorella di Demostene scrisse un certo numero di di­scorsi e compose una storia di Atene nella sua epoca in uno stile più da oratore che da storico. Ma ecco che Ege­sia9` vuoi essere simile a Carisio e si ritiene attico a tal punto da giudicare quelli che lo erano davvero quasi de­gli zotici a suo confronto.
287 at quid est tam fractum tam minutum tam in ipsa quam tamen consequitur concinnitate puerile? 'Atticorum similes esse volumus.' optume; suntne igitur hi Attici oratores? 'quis negare potest? hos imitamur.' quo modo qui sunt et inter se dissimiles et aliorum? 'Thucydidem' inquit 'imitamur.' optume si historiam scribere non si causas dicere cogitatis. Thucydides enim rerum gestarum pronuntiator sincerus et grandis etiam fuit; hoc forense concertatorium iudiciale non tractavit genus. orationes aute m quas interposuit--multae enim sunt -- eas ego laudare soleo: imitari neque possim si velim nec velim fortasse si possim. ut si quis Falerno vino delectetur sed eo nec ita novo ut proximis consulibus natum velit nec rursus ita vetere ut Opimium au t Anicium consulem quaerat--'atqui hae notae sunt optumae': credo; sed nimia vetustas nec habet eam quam quaerimus suavitatem nec est iam sane tolerabilis --:
287 Eppure non si trovereb­be una frammentazione altrettanto estenuata:` non vi è niente di cosi sminuzzato di così puerile e proprio in quelle simmetriche rispondenze che Egesia riesce tutta­via a realizzare. "Vogliarno essere simili agli attici"; be­nissimo: questi non sono dunque oratori attici? "Chi può negarlo? Sono questi che irnitiarno." E in che modo se sono diversi sia tra loro sia dagli altri? 'T Tucidide"` dice "che irnitiarno." Benissimo se avete in mente di scri­vere storia e non di difendere delle cause. Tucidide in fatti seppe narrare gli avvenimenti storici in maniera ve­ridica e anche solenne; ma non praticò questo genere forense contenzioso giudiziario. I discorsi poi che inse­rì nella narrazione` - e sono molti - io ho l'abitudi­ne di elogiarli: quanto a imitarli né lo potrei se lo voles­si né forse lo vorrei se lo potessi. Come se a uno piaces­se il vino Falerno ` ma non così nuovo da voler quello fatto sotto gli ultimì consoli e nemmeno così vecchio da cercare` il nome del console Opimio o Anicio.` -"Eppure queste sono annate912 eccellenti"; ci credo; ma un vino troppo invecchiato non ha il gusto gradevole che cerchiamo e non è proprio più tollerabile -:
288 num igitur qui hoc sentiat si is potare velit de dolio sibi hauriendum putet? minime; sed quandam sequatur aetatem. sic ego istis censuerim et novam istam quasi de musto ac lacu fervidam orationem fugiendam nec illam praeclaram Thucydidi nimis vete rem tamquam Anicianam notam persequendam. ipse enim Thucydides si posterius fuisset multo maturior fuisset et mitior.
288 allo­ra uno che fosse di questa opinione se volesse bere penserebbe forse di dover attingere dalla giara?` Niente affatto; ma si orienterebbe su un vino di giusto invec­chiamento. Così a costoro io consiglierei sia di evitare quest'eloquenza nuova che ribolle quasi mosto nel ti­no 914 sia di non ricercare quella nobilissima di Tucidide che è troppo vecchia come l'annata` di Anicio.` In­fatti lo stesso Tucidide se fosse vissuto in tempi più re­centi sarebbe stato molto più maturo e molto meno aspro.
289 'Demosthenem igitur imitemur.' o di boni! quid quaeso nos aliud agimus aut quid aliud optamus? at non adsequimur. isti enim videlicet Attici nostri quod volunt adsequuntur. ne illud quidem intellegunt non modo ita memoriae proditum esse sed ita nec esse fuisse cum Demosthenes dicturus esset ut concursus audiendi causa ex tota Graecia fierent. at cum isti Attici dicunt non modo a corona quod est ipsum miserabile sed etiam ab advocatis relinquuntur. quare si anguste et exiliter dicere est Atticorum sint sane Attici; sed in comitium veniant ad stantem iudicem dicant: subsellia grandiorem et pleniorem vocem desiderant.
289 Allora imitiamo Dernostene. ' Dèi buoni! E io chiedo scusa cos'altro faccio o a cos'altro miro? Ma non ci riesco. Difatti questi attici nostri - si capisce! -riescono in quel che si prefiggono. Nemmeno di questo si rendono conto che non solo così vien tramandato ma che così doveva essere necessariamente cioè che quando doveva parlare Demostene da tutte le parti della Grecia si accorresse in massa per ascoltarlo. Invece quando par­lano questi attici vengono piantati in asso non solo dal pubblico il che è già pietoso ma anche dai sostenitori del loro cliente. Pertanto se è tipico degli attici parlare in maniera striminzita e scarna siano pure attici: però vengano nel comizio ` e parlino di fronte a un giudice ritto in piedi;` i sedili del tribunale` richiedono una voce più sostenuta e più piena.`
290 volo hoc oratori contingat ut cum auditum sit eum esse dicturum locus in subselliis occupetur compleatur tribunal gratiosi scribae sint in dando et cedendo loco corona multiplex iudex erectus; cum surgat is qui dicturus sit significetur a coron a silentium deinde crebrae adsensiones multae admirationes; risus cum velit cum velit fletus: ut qui haec procul videat etiam si quid agatur nesciat at placere tamen et in scaena esse Roscium intellegat. haec cui contingant eum scito Attice dicere ut de Pericle audimus ut de Hyperide ut de Aeschine de ipso quidem Demosthene maxume.
290 L'oratore voglio che incontri quest'accoglienza: che quando si sparge la voce che sta per parlare si prenda posto sui sedili il tri­bunale si riempia gli scrivani mostrino compiacenza nel­l'indicare un posto o nel cedere il proprio il pubblico faccia circolo moltiplicando le file i giudici si drizzino nell'attenzione; che quando si alza colui che deve parla­re sia il pubblico a reclamare il silenzio e che poi ci sia­no frequenti manifestazioni di assenso e molte grida di ammirazione che quand'egli voglia si rida e quand'egli voglia si pianga; di modo che uno che veda tutto questo da lontano anche se ignora di che cosa si tratti com­prenda tuttavia che chi parla piace e che sulla scena c'è un Roscio." Se a uno tocca una cosa del genere costui sappilo bene parla atticamente come si tramanda di Pe­ricle di Iperide di Eschine ` e soprattutto proprio di Demostene.
291 sin autem acutum prudens et idem sincerum et solidum et exsiccatum genus orationis probant nec illo graviore ornatu oratorio utuntur et hoc proprium esse Atticorum volunt recte laudant. est enim in arte tanta tamque varia etiam huic minutae subtilit ati locus. ita fiet ut non omnes qui Attice idem bene sed ut omnes qui bene idem etiam Attice dicant. sed redeamus rursus ad Hortensium.
291 Se invece piace loro un genere di eloquenza fine riflessivo e insieme genuino consistente asciutto - mentre rinunciano a quegli altri ornamenti più imponenti - e asseriscono che esso è tipico degli at­tici fanno bene a lodarlo. In un'arte così grande e così varia c'è infatti posto anche per questa dimessa sobrietà. Ne consegue che non tutti quelli che parlano atticamente parlano anche bene ma che tutti quelli che parlano be­ne parlano anche atticamente. Ma torniamo di nuovo a Ortensio. »
292 Sane quidem inquit Brutus; quamquam ista mihi tua fuit periucunda a proposita oratione digressio. Tum Atticus: aliquotiens sum inquit conatus sed interpellare nolui. nunc quoniam iam ad perorandum spectare videtur sermo tuus dicam opinor quod sentio. Tu vero inquam Tite. Tum ille: ego inquit ironiam illam quam in Socrate dicunt fuisse qua ille in Platonis et Xenophontis et Aeschinis libris utitur facetam et elegantem puto. est enim et minime inepti hominis et eiusdem etiam faceti cum de sapientia disceptetur hanc s ibi ipsum detrahere eis tribuere inludentem qui eam sibi adrogant: ut apud Platonem Socrates in caelum effert laudibus Protagoram Hippiam Prodicum Gorgiam ceteros se autem omnium rerum inscium fingit et rudem. decet hoc nescio quo modo illum nec Epicu ro qui id reprehendit adsentior. sed in historia qua tu es usus in omni sermone cum qualis quisque orator fuisset exponeres vide quaeso inquit ne tam reprehendenda sit ironia quam in testimonio.
292 «Va bene;» disse Bruto «per quanto io abbia molto gradito codesta tua digressione dal tema propo­sto.» Allora Attico: «Sono stato più di una volta sul punto di interromperti ma non ho voluto. Ora siccome pare che il tuo discorso miri ormai alla conclusione pen­so che dirò la mia opinione». «Di' pure Tito» risposi. E lui allora: «lo» disse «giudico faceta ed elegante quell'i­ronia che dicono ci fosse in Socrate ` della quale egli si avvale nei libri di Platone ` di Senofonte 92' e di Eschi­ne. 929 P- infatti da persona per niente goffa e anche da persona faceta quando si discute sulla sapienza negarla a se stesso e attribuirla in modo canzonatorio a quelli che se l'arrogano: come in Platone fa Socrate il quale porta al cielo con i suoi elogi Protagora Ippia Prodico Gorgia` e altri mentre per quanto riguarda lui si pre­senta come d'ogni cosa ignaro e inesperto. Ciò non so come gli si confà e non sono d'accordo con Epicuro che biasima questo atteggiamento. Ma in una trattazione storica come quella che hai svolto in tutto il tuo discor­so esponendo le caratteristiche dei singoli oratori vedi per piacere se l'ironia non sia altrettanto biasimevole che in una testimonianza» .93'
293 Quorsus inquam istuc? non enim intellego. Quia primum inquit ita laudavisti quosdam oratores ut imperitos posses in errorem inducere. equidem in quibusdam risum vix tenebam cum Attico Lysiae Catonem nostrum comparabas magnum mercule hominem vel potius summum et singularem virum--nemo dicet s ecus--sed oratorem? sed etiam Lysiae similem? quo nihil potest esse pictius. bella ironia si iocaremur; sin adseveramus vide ne religio nobis tam adhibenda sit quam si testimonium diceremus.
293 «Dove vai a para­re?» dissi. «Proprio non capisco.» A che in primo luo­go» disse «hai tanto elogiato certi oratori da poter in­durre in errore gli inesperti. Certo nel caso di alcuni qua­si non riuscivo a tenere il riso come quando paragonavi all'attico Lisia il nostro Catone ` un grand'uomo ca­spita! o piuttosto una personalità somma ed eccezionale - nessuno dirà diversamente - ma oratore?! E per di più simile a Lisia? Ma se questi ha un colorito che non trova confronti! Sarebbe una forma proprio carina di ironia se stessimo scherzando; ma se parliamo sul serio vedi se da parte nostra non sia necessaria altrettanta scrupolosità che se stessimo rendendo una testimonian­za.
294 ego enim Catonem tuum ut civem ut senatorem ut imperatorem ut virum denique cum prudentia et diligentia tum omni virtute excellentem probo; orationes autem eius ut illis temporibus valde laudo--significant enim formam quandam ingeni sed admodum im politam et plane rudem -- Origines vero cum omnibus oratoris laudibus refertas diceres et Catonem cum Philisto et Thucydide comparares Brutone te id censebas an mihi probaturum? quos enim ne e Graecis quidem quisquam imitari potest his tu comparas homi nem Tusculanum nondum suspicantem quale esset copiose et ornate dicere.
294 Il tuo Catone io lo apprezzo come cittadino come senatore come generale infine come un personag­gio eccellente per sagacia e diligente operosità e anche per tutte le virtù; le sue orazioni le trovo assai lodevoli per quel tempo - infatti lasciano intravedere come un abbozzo di talento ma ben poco rifinito e del tutto grez­zo -; ma quanto alle Origini quando dicevi che eran ri­colme di ogni pregio oratorio e paragonavi Catone con Filisto e Tucidide 934 credevi che saresti riuscito a convin­cere di ciò Bruto o me? A quelli che nessuno neanche tra i greci è capace di imitare tu paragoni un uomo di Tu­Scolo 9 935 che ancora nemmeno immaginava cosa fosse parlare con eloquenza ricca e adorna.
295 Galbam laudas. si ut illius aetatis principem adsentior--sic enim accepimus --; sin ut oratorem cedo quaeso orationes--sunt enim--et dic hunc quem tu plus quam te amas Brutum velle te illo modo dicere. probas Lepidi orationes. paulum hic tibi adse ntior modo ita laudes ut antiquas; quod item de Africano de Laelio cuius tu oratione negas fieri quicquam posse dulcius addis etiam nescio quid augustius. nomine nos capis summi viri vitaeque elegantissumae verissimis laudibus. remove haec: ne ista du lcis oratio ita sit abiecta ut eam aspicere nemo velit.
295 Elogi Gal­ba." Se come il più ragguardevole di quel tempo sono d'accordo - così infatti è tradizione -; se invece come un vero oratore scusa prendi le sue orazioni - infatti ce ne sono - e dì' che vorresti che così parlasse questo qui Bruto che ti è più caro di te stesso. Apprezzi le ora­zioni di Lepido.!` Qui sono un po' d'accordo con te ` purché tu le elogi in quanto antiche; lo stesso vale per l'Africano e per Lelio ` del cui stile dici non vi può es­ser niente di più gradevole e aggiungi anche non so be­ne di più "augusto".` Ci conquisti col nome di un grandissimo personaggio"" e con l'incontestabile presti­gio di uno stile di vita quanto mai distinto.` Metti da parte tutto questo: chissà` che codesta gradevole elo­quenza non sia così scialba che nessuno abbia voglia di gettarle un'occhiata.
296 Carbonem in summis oratoribus habitum scio; sed cum in ceteris rebus tum in dicendo semper quo iam nihil est melius id laudari qualecumque est solet. dico idem de Gracchis etsi de eis ea sunt a te dicta quibus ego adsentior. omitto ceteros; venio ad eos in quibus iam perfectam putas esse eloquentiam quos ego audivi sine controversia magnos oratores Crassum et Antonium. de horum laudibus tibi prorsus adsentior sed tamen non isto modo: ut Polycliti doryphorum sibi Lysippus aiebat sic tu suasione m legis Serviliae tibi magistram fuisse; haec germana ironia est. cur ita sentiam non dicam ne me tibi adsentari putes.
296 Carbone ` lo so che è stato considerato uno tra i più grandi oratori; ma nell'elo­quenza come in ogni altra cosa si ha sempre l'abitudine di elogiare quale che sia ciò di cui al momento non c'è di meglio. Lo stesso dico dei Gracchi ` anche se su di loro hai detto cose che mi trovano consenziente. Trala­scio gli altri e vengo a quelli con i quali tu ritieni che l'eloquenza abbia ormai raggiunto piena maturità~ Cras so e Antonio ` che io stesso ho potuto ascoltare e che furono senza contestazione dei grandi oratori. Sugli elogi che hai fatto di loro sono certo d'accordo con te; e tuttavia non in codesto modo: come Lisippo` dice­va del doriforo di Policleto hai detto che ti è stato maestro il discorso in favore della legge Servilia; ' que­sta è ironia bell'e buona. Non dirò perché io la pensi co­sì: non voglio che tu creda che intendo adularti.
297 omitto igitur quae de his ipsis quae de Cotta quae de Sulpicio quae modo de Caelio dixeris. hi enim fuerunt certe oratores; quanti autem et quales tu videris. nam illud minus curo quod congessisti operarios omnes; ut mihi videantur mori voluisse n onnulli ut a te in oratorum numerum referrentur. Haec cum ille dixisset: longi sermonis initium pepulisti inquam Attice remque commovisti nova disputatione dignam quam in aliud tempus differamus.
297 Tralascio dunque quel che hai detto sempre di loro poi di Cotta di Sulpicìo e da ultimo di Celio.` Costoro infatti sono stati senza dubbio degli oratori; di quanto e quale talento vedilo tu. Il fatto invece che tu abbia ammassato tutti i manovali dell'eloquenza quello lo lascio stare; mi vien da pensare che più d'uno avrà voluto morire per esser messo da te nel novero de­gli oratori. » Finito che ebbe osservai: «Quanto hai detto Attico dà lo spunto per un lungo ragionamento;` hai sollevato una questione che sarebbe meritevole di una nuova di­scussione: questa rimandiamola a un altro momento.
298 volvendi enim sunt libri cum aliorum tum in primis Catonis. intelleges nihil illius liniamentis nisi eorum pigmentorum quae inventa nondum erant florem et colorem defuisse. nam de Crassi oratione sic existumo ipsum fortasse melius potuisse scribere alium ut arbitror neminem. nec in hoc eirona me duxeris esse quod eam orationem mihi magistram fuisse dixerim. nam etsi [ut] tu melius existumare videris de ea si quam nunc habemus facultate tamen adulescentes quid in Latinis potius imitare mur non habebamus.
298 Infatti c'è bisogno di leggere i libri di più d'uno e soprattutto di Catone. Ti renderai conto che al suo disegno non mancò nient'altro che la vivacità e la varietà di quelle tinte che ancora non erano state inventate. Per quanto poi riguarda il discorso di Crasso ` la penso così: lui stesso forse avrebbe potuto scriver meglio ma un altro secondo me no. E non ritenermi c1pcov [éi­ron]` perché ho detto che quel discorso mi è stato mae­stro. Infatti anche se mi pare che tu abbia migliore opi­nione di quelle che sono oggi le mie capacità ammesso che queste ci siano tuttavia da giovane io non trovavo nell'eloquenza latina di meglio da imitare.
299 quod autem plures a nobis nominati sunt eo pertinuit ut paulo ante dixi quod intellegi volui in eo cuius omnes cupidissimi essent quam pauci digni nomine evaderent. quare eirona me ne si Africanus quidem fuit ut ait in historia sua C. F annius existumari velim. Ut voles inquit Atticus. ego enim non alienum a te putabam quod et in Africano fuisset et in Socrate.
299 Quanto poi al fatto di averne nominati così tanti mirava a que­sto come ho detto poc'anzi 957 che volevo si compren­desse quanti pochi in quello che per tutti è oggetto di vi­vacissima ambizione siano riusciti davvero degni di menzione. Pertanto neanche se tale fu l'Africano` -come dice Gaio Fannio nella sua storia - ` io vorrei esser ritenuto E7tpcov [éiron] ». «Come vuoi» disse Attico. «Ma io non ti credevo alie­no da un'attitudine che era stata sia di Socrate sia del­l'Africano.»
300 Tum Brutus: de isto postea; sed tu inquit me intuens orationes nobis veteres explicabis? Vero inquam Brute; sed in Cumano aut in Tusculano aliquando si modo licebit quoniam utroque in loco vicini sumus. sed iam ad id unde digressi sumus revertamur.
300 E Bruto allora: «Di questo dopo. Ma tu» disse guardandomi «ci illustrerai le orazioni anti­che?». «Senz'altro Bruto;» dissi «ma da me a Cuma o a Tuscolo una di queste volte qualora sia possibile; tanto stiamo vicini in ambedue i posti. Ma è ormai tem­po di tornare al punto dal quale ha preso inizio questa digressione .
301 Hortensius igitur cum admodum adulescens orsus esset in foro dicere celeriter ad maiores causas adhiberi coeptus est; quamquam inciderat in Cottae et Sulpici aetatem qui annis decem maiores excellente tum Crasso et Antonio dein Philip po post Iulio cum his ipsis dicendi gloria comparabatur. primum memoria tanta quantam in nullo cognovisse me arbitror ut quae secum commentatus esset ea sine scripto verbis eisdem redderet quibus cogitavisset. hoc adiumento ille tanto sic utebatur ut sua et commentata et scripta et nullo referente omnia adversariorum dicta meminisset.
301 Ortensio dunque dopo aver preso a parlare nel foro quand'era ancora parecchio giovane 964 presto cominciò a vedersi affidare cause molto importanti. E sebbene si fosse trovato a vivere nell'età di Cotta e di Sulpicio 9 che erano di dieci anni più anziani di lui e primeggiassero allora Crasso e Antonio poi Filippo poi Giulio proprio a loro lo si paragonava per gloria d'e loquenza. In primo luogo aveva una memoria ecceziona­le quale credo di non aver riscontrato in nessun altro: al punto che quanto aveva elaborato dentro di sé senza far ricorso allo scritto riusciva a ripeterlo con le stesse paro­le con le quali l'aveva concepito. Di questa sua impor­tantissima prerogativa si avvaleva in modo da ricordare quanto aveva elaborato e scritto e - senza bisogno che alcuno ne prendesse nota per riferirglielo _967 tutto quanto era stato detto dai suoi avversari.
302 ardebat autem cupiditate sic ut in nullo umquam flagrantius studium viderim. nullum enim patiebatur esse diem quin aut in foro diceret aut meditaretur extra forum. saepissume autem eodem die utrumque faciebat. adtuleratque minime volgare genus dicend i; duas quidem res quas nemo alius: partitiones quibus de rebus dicturus esset et conlectiones memor et quae essent dicta contra quaeque ipse dixisset.
302 Tanto ar­deva d'entusiasmo che in nessuno ho visto un'applica­zione più fervida. Infatti non lasciava passare giorno senza parlare nel foro o prepararsi fuori del foro; e mol­to spesso in uno stesso giorno faceva tutte e due le cose. Aveva introdotto un genere oratorio proprio fuori del comune; due cose specialmente erano solo sue: le parti­zioni cioè di quali argomenti avrebbe trattato e le rica­pitolazioni memore com'era di quel che era stato detto dalla parte avversa e di quel che aveva detto lui stesso.
303 erat in verborum splendore elegans com positione aptus facultate copiosus; eaque erat cum summo ingenio tum exercitationibus maxumis consecutus. rem complectebatur memoriter dividebat acute nec praetermittebat fere quicquam quod esset in causa au t ad confirmandum aut ad refellendum. vox canora et suavis motus et gestus etiam plus artis habebat quam erat oratori satis. hoc igitur florescente Crassus est mortuus Cotta pulsus iudicia intermissa bello nos in forum venimus.
303 Era elegante nello sfarzo dell'elocuzione ben con­catenato nella costruzione dei periodi abbondava di ri­sorse espressive; tutto questo l'aveva si ottenuto grazie al suo eccezionale talento ma anche alla grandissima in­tensità dell'esercizio. Abbracciava mentalmente la mate­ria con impareggiabile memoria la suddivideva con acu­me e non trascurava praticamente nessuno degli argo­menti che la causa potesse fornire a conferma o a confu­tazione. La voce era sonora e gradevole nelle movenze e nei gesti c'era un'arte anche più studiata di quella che poteva bastare a un oratore. Quando la sua eloquenza era dunque vicina alla massima fioritura Crasso morì Cotta fu cacciato i giudizi vennero sospesi a motivo del­la guerra e io incominciai a frequentare il foro.
304 Erat Hortensius in bello primo anno miles altero tribunus militum Sulpicius legatus; aberat etiam M. Antonius; exercebatur una lege iudicium Varia ceteris propter bellum intermissis; quoi frequens aderam quamquam pro se ipsi dicebant oratores non illi quidem principes L. Memmius et Q. Pompeius sed oratores tamen teste diserto uterque Philippo cuius in testimonio contentio et vim accusatoris habebat et copiam.
304 Nel primo anno di guerra Ortensio era soldato nel secondo tribuno militare; Sulpicio era legato ed era assente anche Marco Antonio; processi se ne faceva no in base esclusivamente alla legge Varia gli altri era no stati sospesi per via della guerra; io vi assistevo spes­so sebbene parlassero in propria difesa oratori certo non di prim'ordine come Lucio Memmio e Quinto Pompeo ma comunque oratori tanto più che am­bedue ebbero quale teste a carico un uomo eloquente co­me Filippo il cui fervore nelle deposizioni aveva l'im­peto e l'abbondanza di una requisitoria.
305 Reliqui qui tum principes numerabantur in magistratibus erant cotidieque fere a nobis in contionibus audiebantur. erat enim tribunus plebis tum C. Curio quamquam is quidem silebat ut erat semel a contione universa relictus; Q. Metellus Celer non ill e quidem orator sed tamen non infans; diserti autem Q. Varius C. Carbo Cn. Pomponius et hi quidem habitabant in rostris; C. etiam Iulius aedilis curulis cotidie fere accuratas contiones habebat. sed me cupidissumum audiendi primus dolor percussit Cotta cum est expulsus. reliquos frequenter audiens acerrumo studio tenebar cotidieque et scribens et legens et commentans oratoriis tantum exercitationibus contentus non eram. iam consequente anno Q. Varius sua lege damnatus excesserat.
305 Gli altri che allora venivano annoverati tra i pri­mi rivestivano magistrature e io li potevo ascoltare quasi tutti i giorni nei discorsi che tenevano alle assem­blee popolari. Infatti era allora tribuno della plebe Gaio Curione; per quanto lui se ne stava in silenzio dopo che una volta l'aveva piantato in asso tutta l'assemblea; Quinto Metello Celere non era un oratore è vero ma la favella tuttavia non gli mancava; facondi erano invece Quinto Vario Gaio Carbone Gneo Pomponio; e que­sti stavan di casa sui rostri ; e anche Gaio Giulio edile curule teneva quasi ogni giorno accurati discorsi di fronte all'assemblea del popolo. lo ardevo dal desiderio di ascoltare ma il primo dolore mi colpì quando Cotta venne cacciato in esilio. Ascoltavo spesso gli altri e mi applicavo allo studio col più grande fervore: ma per quanto ogni giorno scrivessi leggessi e mi allenassi al­l'eloquenza tuttavia non mi accontentavo dei soli eserci­zi oratori. Intanto nell'anno successivo Quinto Vario condannato in base alla sua stessa legge 980 aveva lascia­to la città.
306 ego autem iuris civilis studio multum operae dabam Q. Scaevolae P. f. qui quamquam nemini ad docendum dabat tamen consulentibus respondendo studiosos audiendi docebat. atque huic anno proxumus Sulla consule et Pompeio fuit. tum P. Sulpici in tr ibunatu cotidie contionantis totum genus dicendi penitus cognovimus; eodemque tempore cum princeps Academiae Philo cum Atheniensium optumatibus Mithridatico bello domo profugisset Romamque venisset totum ei me tradidi admirabili quodam ad philosophiam s tudio concitatus; in quo hoc etiam commorabar adtentius--etsi rerum ipsarum varietas et magnitudo summa me delectatione retinebat -- sed tamen sublata iam esse in perpetuum ratio iudiciorum videbatur.
306 lo avendo un forte interesse per il dirit­to civile seguivo con grande assiduità Quinto Scevola fi­glio di Publio ` il quale sebbene in nessun caso si pre­stasse a insegnare tuttavia nel rispondere a quanti lo consultavano insegnava a coloro che mettevano impe­gno nell'ascoltarlo. E l'anno successivo a questo fu quel­lo del consolato di Silla e di Pompeo.9` Allora potei co­noscere a fondo tutto il genere d'eloquenza di Publio Sulpicio ` che nel corso del suo tribunato parlava quo­tidianamente di fronte all'assemblea popolare; e nello stesso periodo una volta che il capo dell'accademia Fi­lone ` fuggito dalla sua patria insieme ai maggiorenti di Atene in seguito alla guerra initridatica ` si fu stabilito a Roma mi dedicai interamente a lui animato da uno straordinario trasporto per la studio della filosofia; in esso indugiavo con interesse tanto più vivo - è vero` che mi avvincevano la stessa varietà e importanza dei problemi con l'immenso piacere che mi procuravano ma tuttavia la normalità giudiziaria pareva abolita per sempre.
307 occiderat Sulpicius illo anno tresque proxumo trium aetatum oratores erant crudelissume interfecti Q. Catulus M. Antonius C. Iulius. eodem anno etiam Moloni Rhodio Romae dedimus operam et actori summo causarum et magistro. haec etsi videntur esse a p roposita ratione diversa tamen idcirco a me proferuntur ut nostrum cursum perspicere quoniam voluisti Brute possis--nam Attico haec nota sunt--et videre quem ad modum simus in spatio Q. Hortensium ipsius vestigiis persecuti.
307 In quell'anno era morto SUIpiCio; in quello successivo tre oratori di tre generazioni Quinto Catulo Marco Antonio e Gaio Giulio erano stati uc­cisi nella maniera più atroce. Nello stesso anno seguii a Roma anche Molone"` di Rodi sommo avvocato e mae­stro d'eloquenza." Dì queste cose anche se sembrano esulare dal piano che ci siamo prefissi io ho fatto men­zione di proposito perché tu Bruto dal momento che hai espresso questo desiderio potessi renderti conto ap­pieno - per Attico invece sono cose ben note - di quello che è stato il mio percorso e vedere in che modo ìn questo cammino ` io abbia tenuto dietro a Ortensio sulle sue stesse orme.
308 triennium fere fuit urbs sine armis; sed oratorum aut interitu aut discessu aut fuga--nam aberant etiam adulescentes M. Crassus et Lentuli duo--primas in causis agebat Hortensius magis magisque cotidie probabatur Antistius Piso saepe dicebat minus saepe Pomponius raro Carbo semel aut iterum Philippus. at vero ego hoc tem pore omni noctes et dies in omnium doctrinarum meditatione versabar.
308 Per circa tre anni Roma non conobbe contese armate; ma a causa della morte della partenza volontaria o dell'esilio di tanti oratori -tra l'altro erano lontani anche dei giovani come Marco Crasso e i due Lentuli nei processi Ortensio era l'o­ratore più in vista Antistio di giorno in giorno si faceva apprezzare sempre di più Pisone parlava spesso meno spesso Pomponio Carbone di rado e Filippo` non parlò più di una volta o due; mentre io in tutto questo periodo attendevo giorno e notte allo studio di tutte le discipline.
309 eram cum Stoico Diodoto qui cum habitavisset apud me cumque vixisset nuper est domi meae mortuus. a quo cum in aliis rebus tum studiosissime in dialectica exercebar quae quasi contracta et astricta eloquentia putanda est; sine qua etiam tu Bru te iudicavisti te illam iustam eloquentiam quam dialecticam esse dilatatam putant consequi non posse. huic ego doctori et eius artibus variis atque multis ita eram tamen deditus ut ab exercitationibus oratoriis nullus dies vacuus esset.
309 Stavo con lo stoico Diodoto che dopo avere abitato presso di me e con me vissuto in casa mia è morto qualche tempo fa. Mi guidava in esercizi di­versi e specialmente in quelli di dialettica la quale deve essere considerata per così dire un'eloquenza contratta e serrata; e senza la quale anche tu Bruto hai ritenuto non si potesse conseguire l'eloquenza quella nel senso più pieno che viene considerata una dialettica dilatata. A questo maestro e alle sue molte e varie scienze io mi dedicavo senza tuttavia mai tralasciare per un solo giorno gli esercizi oratori.
310 commentabar declamitans--sic enim nunc loquuntur--saepe cum M. Pisone et cum Q. Pompeio aut cum aliquo cotidie idque faciebam multum etiam Latine sed Graece saepius vel quod Graeca oratio plura ornamenta suppeditans consuetudinem similiter Latine di cendi adferebat vel quod a Graecis summis doctoribus nisi Graece dicerem neque corrigi possem neque doceri.
310 Mi addestravo "tenendo declamazioni" - ora dicono così spesso con Mar­co Pisone e con Quinto Pompeo comunque tutti i giorni con qualcuno e lo facevo parecchio anche in lati­no ma di più in greco vuoi perché la lingua greca met­tendo a disposizione una maggiore ricchezza di orna­menti produceva l'abitudine di parlare con altrettanta eleganza in latino; vuoi perché se non mi fossi espresso in greco dai migliori maestri greci non avrei potuto né esser corretto né ricevere alcun insegnamento.
311 tumultus interim recuperanda re publica et crudelis interitus oratorum trium Scaevolae Carbonis Antisti reditus Cottae Curionis Crassi Lentulorum Pompei; leges et iudicia constituta recuperata res publica; ex numero autem oratorum Pomponius Censori nus Murena sublati. tum primum nos ad causas et privatas et publicas adire coepimus non ut in foro disceremus quod plerique fecerunt sed ut quantum nos efficere potuissemus docti in forum veniremus.
311 Nel frattempo l'opera di restaurazione dello sta­to comportò disordini violenti e ci furono le morti atroci di tre oratori Scevola Carbone e Antistio e il ritorno in patria di Cotta di Curione di Crasso dei Lentuli e di Pompeo; vennero ristabilite la legalità e la normalità giudiziaria e si ebbe la definitiva restaura­zione dello stato; dal novero degli oratori vennero però cancellati Pomponio Censorino e Murena. Fu solo allora che io incominciai ad affrontare processi privati e penali; e non così da dover imparare nel foro come hanno fatto i più; nella misura in cui mi era stato possi­bile mi ero invece messo in condizione di arrivare nel fo­ro con una formazione già completa.
312 eodem tempore Moloni dedimus operam; dictatore enim Sulla legatus ad senatum de Rhodiorum praemiis venerat. itaque prima causa publica pro Sex. Roscio dicta tantum commendationis habuit ut non ulla esset quae non digna nostro patrocinio videretur. de inceps inde multae quas nos diligenter elaboratas et tamquam elucubratas adferebamus.
312 Nello stesso periodo seguii l'insegnamento di Molone; durante la dittatura di Silla era infatti venuto come ambasciato­re presso il senato per discutere dei benefici concessi ai rodii. Pertanto la mia prima causa penale la difesa di Sesto Roscio tanto giovò alla mia reputazione che non ce ne fu più nessuna che non apparisse meritevole del mio patrocinio. Ne seguirono poi molte che io presentavo in pubblico dopo un'elaborazione diligente dopo averci per così dire passato sopra le notti.
313 Nunc quoniam totum me non naevo aliquo aut crepundiis sed corpore omni videris velle cognoscere complectar nonnulla etiam quae fortasse videantur minus necessaria. erat eo tempore in nobis summa gracilitas et infirmitas corporis procerum et tenue co llum: qui habitus et quae figura non procul abesse putatur a vitae periculo si accedit labor et laterum magna contentio. eoque magis hoc eos quibus eram carus commovebat quod omnia sine remissione sine varietate vi summa vocis et totius corporis conte ntione dicebam.
313 Ora siccome è in base non a un qualche neo o a un sonaglio ma - così mi sembra - all'intera mia persona che tu vuoi renderti conto di chi io sia aggiun­gerò delle notizie che potranno forse apparire superflue. Allora avevo una complessione quanto mai gracile e ca­gionevole con un collo lungo e sottile; con questa costi­tuzione e con quest'aspetto si ritiene che uno non sia lontano dal correre serio pericolo di vita se vi si aggiungono un'attività faticosa e un considerevole sforzo dei polmoni. La cosa tanto più preoccupava quelli cui ero caro perché parlavo senza mai allentare il tono senza varietà sfruttando al massimo le mie risorse vocali e sforzando tutto il corpo.
314 itaque cum me et amici et medici hortarentur ut causas agere desisterem quodvis potius periculum mihi adeundum quam a sperata dicendi gloria discedendum putavi. sed cum censerem remissione et moderatione vocis et commutato genere dicendi me et pericu lum vitare posse et temperatius dicere ut consuetudinem dicendi mutarem ea causa mihi in Asiam proficiscendi fuit. itaque cum essem biennium versatus in causis et iam in foro celebratum meum nomen esset Roma sum profectus.
314 Pertanto mentre sia gli amici sia i medici mi esortavano a desistere dal parlare in tribunale io ritenni di dover affrontare qualsiasi perico­lo piuttosto che rinunciare alla bramata gloria nell'elo­quenza. Ritenevo tuttavia che allentando e moderando la voce e mutando genere d'eloquenza avrei potuto evi­tare i pericoli e parlare dosando meglio le tonalità; cam­biare la mia consuetudine oratoria: ecco la ragione per la quale partii per l'Asia. " Pertanto dopo essermi occu­pato di cause per due anni e quando nel foro il mio no­me già godeva di grande notorietà partii da Roma."
315 Cum venissem Athenas sex menses cum Antiocho veteris Academiae nobilissumo et prudentissumo philosopho fui studiumque philosophiae numquam intermissum a primaque adulescentia cultum et semper auctum hoc rursus summo auctore et doctore renovavi. eodem tamen tempore Athenis apud Demetrium Syrum veterem et non ignobilem dicendi magistrum studiose exerceri solebam. post a me Asia tota peragrata est cum summis quidem oratoribus quibuscum exercebar ipsis lubentibus; quorum erat princeps Menippus Stratonic ensis meo iudicio tota Asia illis temporibus disertissimus; et si nihil habere molestiarum nec ineptia rum Atticorum est hic orator in illis numerari recte potest.
315 Giunto ad Atene passai sei mesi con Antioco filo­sofo dell'accademia antica molto celebre e dalla compe­tenza vastissima; 1014 dietro sollecitazione di quest'uomo insigne e sotto la sua guida ripresi gli studi filosofici che non avevo mai lasciato: li coltivavo e li incrementavo fino dalla mia prima giovinezza. Ad Atene contempora­neamente ero tuttavia solito esercitarmi con impegno al­la scuola di Demetrio Siro un vecchio maestro di elo­quenza tutt'altro che spregevole. In seguito viaggiai per tutta l'Asia accompagnato dai più grandi oratori i quali si mostravano compiaciuti di dirigere i miei eserci­zi; il più notevole era Menippo di Stratonicea allora a mio avviso l'uomo più eloquente di tutta l'Asia; e se è peculiarità degli attici di non aver niente di fastidiosa­mente pedantesco né di goffo
quest'oratore può a buon diritto venire annoverato tra loro.
316 adsiduissime autem mecum fuit Dionysius Magnes; erat etiam Aeschylus Cnidius Adramyttenus Xenocles. hi tum in Asia rhetorum principes numerabantur. quibus non contentus Rhodum veni meque ad eundem quem Romae audiveram Molonem adplicavi cum actorem in veris causis scriptoremque praestantem tum in notandis animadvertendisque vitiis et instituendo docendoque prudentissimum. is dedit operam si modo id consequi potuit ut nimis redundantis nos et supra fluentis iuvenili quadam dicendi impunitate et licen tia reprimeret et quasi extra ripas diffluentis coerceret. ita recepi me biennio post non modo exercitatior sed prope mutatus. nam et contentio nimia vocis resederat et quasi deferverat oratio lateribusque vires et corpori mediocris habitus accesserat.
316 Più di ogni altro mi stette però al fianco Dionisio di Magnesia; e così facevano anche Eschilo di Cnido e Senocle di Adramitteo." Questi venivano allora considerati in Asia i retori di maggior spicco. Non accontentandomi di loro ` mi recai a Rodi e mi detti a seguire con zelo quello stesso Molone che avevo potuto ascoltare a Roma: oltre a essere un avvocato di cause reali e uno scrittore valente aveva acume e competenza grandissime nel cogliere e nel censurare i difetti e nel formare gli al­lievi con i suoi insegnamenti. Egli si adoperò - basta che ci sia riuscito! - a contenere la mia eccessiva ridon­danza il mio traboccare - che derivavano da una certa giovanile mancanza di ritegno e di freni - e ad arginare il flutto che diciamo così dilagava fuori dalle sponde. Così due anni dopo me ne tornai non solo meglio adde­strato ma quasi trasformato. Difatti si era placata la troppa concitazione della voce la mia eloquenza era per così dire sbollita i miei polmoni avevano riacquistato vigore e nel corpo mi ero fatto moderatamente più pieno.
317 Duo tum excellebant oratores qui me imitandi cupiditate incitarent Cotta et Hortensius; quorum alter remissus et lenis et propriis verbis comprendens solute et facile sententiam alter ornatus acer et non talis qualem tu eum Brute iam deflorescent em cognovisti sed verborum et actionis genere commotior. itaque cum Hortensio mihi magis arbitrabar rem esse quod et dicendi ardore eram propior et aetate coniunctior. etenim videram in isdem causis ut pro M. Canuleio pro Cn. Dolabella consulari cum Cotta princeps adhibitus esset priores tamen agere partis Hortensium. acrem enim oratorem incensum et agentem et canorum concursus hominum forique strepitus desiderat.
317 Due erano gli oratori che allora primeggiavano e che mi accendevano del desiderio di imitarli Cotta e Ortensio:'0 il primo parlava in tono piano e pacato formulando i pensieri in termini propri ` con scioltez­za e facilità; il secondo aveva ricchezza di ornamenti e impeto oratorio: non era come tu Bruto lo hai cono­sciuto già nel suo sfiorire ma più animato nell'elocuzio­ne e nell'azione. Perciò pensavo era più con Ortensio che dovevo vedermela: a lui ero più affine per ardore d'eloquenza e più vicino per età. E poi avevo visto come in certe medesime cause - per esempio la difesa di Mar­co Canuleio o del consulare Quinto Dolabella - an­che se Cotta era stato preso come avvocato principale il ruolo di primo piano veniva tuttavia sostenuto da Orten­sio. Il concorso della gente e lo strepito del foro esigono infatti un oratore vigoroso ardente dall'azione effi­cacemente vivace e dalla voce sonora.
318 unum igitur annum cum redissemus ex Asia causas nobilis egimus cum quaesturam nos consulatum Cotta aedilitatem peteret Hortensius. interim me quaestorem Siciliensis excepit annus Cotta ex consulatu est profectus in Galliam princeps et erat et h abebatur Hortensius. cum autem anno post ex Sicilia me recepissem iam videbatur illud in me quicquid esset esse perfectum et habere maturitatem quandam suam. nimis multa videor de me ipse praesertim; sed omni huic sermoni propositum est non ut ingeni um et eloquentiam meam perspicias unde longe absum sed ut laborem et industriam.
318 Dopo esser tornato dall'Asia trattai dunque per un anno cause im­portanti: io ero candidato alla questura Cotta al conso­lato Ortensio all'edilità. "" Per il momento ci fu l'anno che mi vide impegnato come questore in Sicifia Cotta dopo il consolato partì per la Gallia Ortensio era il pri­mo e tale veniva considerato. Quando però l'anno dopo ritornai dalla Sicilia le mie attitudini quali che fossero apparivano ormai essersi pienamente sviluppate e aver raggiunto una loro maturità. Forse la faccio troppo lun­ga tanto più che sono proprio io stesso a parlare di me; ma lo scopo di tutto questo discorso è che tu possa renderti conto appieno non del mio talento e della mia eloquenza - sono ben lontano da quest'intenzione - ma dei miei sforzi e del mio ìmpegno.
319 cum igitur essem in plurumis causis et in principibus patronis quinquennium fere versatus tum in patrocinio Siciliensi maxume in certamen veni designatus aedilis cum designato consule Hortensio. Sed quoniam omnis hic sermo noster non solum enumerationem oratoriam verum etiam praecepta quaedam desiderat quid tamquam notandum et animadvertendum sit in Hortensio breviter licet dicere.
319 se ero ormai tra gli avvocati più in vista - fu soprattutto nel patrocinio dei siciliani 1030 che entrai in contesa io designato edile con Ortensio designato console. Ma poiché tutto questo nostro discorso non vuol esse­re solo un'enumerazione di oratori ma comporta anche certi insegnamenti mi sarà lecito dire in breve quali sia­no in un certo senso le manchevolezze che in Ortensio si possono rilevare e criticare.
320 nam is post consulatum--credo quod videret ex consularibus neminem esse secum comparandum neglegeret autem eos qui consules non fuissent--summum illud suum studium remisit quo a puero fuerat incensus atque in omnium rerum abundantia voluit beatius ut ipse putabat remissius certe vivere. primus et secundus annus et tertius tantum quasi de picturae veteris colore detraxerat quantum non quivis unus ex populo sed existumator doctus et intellegens posset cognoscere. longius autem procedens ut in cet eris eloquentiae partibus tum maxume in celeritate et continuatione verborum adhaerescens sui dissimilior videbatur fieri cotidie.
320 Sì perché dopo il consolato -11` siccome vedeva credo che tra i consola­ri nessuno reggeva il confronto con lui e d'altra parte non si curava di quelli che consoli non erano stati - ral­lentò quello zelo eccezionale che l'infiammava fin dalla fanciullezza e nell'abbondanza di ogni cosa volle vivere in una maniera più felice secondo lui; più rilassa­ta senz'altro. Il primo il secondo e il terzo anno aveva­no eroso quasi come il colore di una vecchia pittura quel tanto di cui avrebbe potuto accorgersi non uno qua­lunque del popolo ma solo un critico competente ed esperto. Però con l'andare del tempo aumentava la sua vischiosità oltre che nelle altre parti dell'eloquen­za soprattutto per ciò che riguarda la rapidità dell'e­loquio e la disinvoltura del periodare: di giorno in gior­no pareva diventare sempre più dissimile da se stesso.
321 nos autem non desistebamus cum omni genere exercitationis tum maxume stilo nostrum illud quod erat augere quantumcumque erat. atque ut multa omittam in hoc spatio et in his post aedilitatem annis et praetor primus et incredibili populari voluntate s um factus. nam cum propter adsiduitatem in causis et industriam tum propter exquisitius et minime volgare orationis genus animos hominum ad me dicendi novitate converteram.
321 lo invece non desistevo dall'impegno di irrobustire il mio talento quale che ne fosse l'entità con esercizi di ogni genere e soprattutto con la pratica dello scrivere. E per lasciar da parte parecchie cose di questo periodo cioè di questi anni dopo l'edilità venni eletto pretore per primo ' con straordinario favore del popolo. Difatti per l'assiduità e lo zelo che dimostravo nelle cause e più che altro per un genere di eloquenza assai originale e proprio fuori dell'ordinario avevo attirato su di me l'at­tenzione della gente con un'oratoria dai caratteri del tut­to nuovi.
322 nihil de me dicam: dicam de ceteris quorum nemo erat qui videretur exquisitius quam volgus hominum studuisse litteris quibus fons perfectae eloquentiae continetur; nemo qui philosophiam complexus esset matrem omnium bene factorum beneque dictorum; nemo qui ius civile didicisset rem ad privatas causas et ad oratoris prudentiam maxume necessariam; nemo qui memoriam rerum Romanarum teneret ex qua si quando opus esset ab inferis locupletissimos testes excitaret; nemo qui breviter arguteque incluso ad versario laxaret iudicum animos atque a severitate paulisper ad hilaritatem risumque traduceret; nemo qui dilatare posset atque a propria ac definita disputatione hominis ac temporis ad communem quaestionem universi generis orationem traducere; nemo qui d electandi gratia digredi parumper a causa nemo qui ad iracundiam magno opere iudicem nemo qui ad fletum posset adducere nemo qui animum eius quod unum est oratoris maxume proprium quocumque res postularet impellere.
322 Di me non dirò niente: dirò degli altri tra i quali non vi era nessuno che apparisse essersi appli­cato più a fondo della gran massa degli uomini allo stu­dio delle lettere che rappresentano la fonte di un'elo­quenza pienamente matura; nessuno la cui formazione abbracciasse la filosofia madre di tutte le belle azioni e le belle parole; nessuno che avesse appreso il diritto civi­le materia quanto mai necessaria per le cause private e per la competenza dell'oratore; nessuno che fosse padro­ne della storia romana con la quale al bisogno evocare dagli inferi attendibilissimi testimoni; 1036 nessuno che messo alle strette l'avversario con un'argomentazione breve e fine ricreasse l'animo dei giudici e dalla severità li facesse passare per un poco all'ilarità e al riso; nessuno che fosse capace di ampliare il discorso e da una tratta­zione propria e definita limitata a una persona e a una circostanza di tramutarlo in una questione comune di ordine generale; 103' nessuno che per divertire gli ascolta­tori sapesse fare delle digressioni allontanandosi per un po' dalla causa; nessuno che fosse in grado di indurre vi­gorosamente il giudice al riso o al pianto; nessuno - e questa è da sola la caratteristica principale di un vero oratore - che sapesse spingerne l'animo in qualunque direzione le cose richiedessero.
323 itaque cum iam paene evanuisset Hortensius et ego anno meo sexto autem post illum consulem consul factus essem revocare se ad industriam coepit ne cum pares honore essemus aliqua re superiores videremur. sic duodecim post meum consulatum annos i n maxumis causis cum ego mihi illum sibi me ille anteferret coniunctissime versati sumus consulatusque meus qui illum primo leviter perstrinxerat idem nos rerum mearum gestarum quas ille admirabatur laude coniunxerat.
323 Così Ortensio aveva perduto quasi tutto il suo colore quando io nell'età regolare sei anni dopo di lui venni eletto console; allora egli incominciò a ri­prendersi e a tornare all'attività; pari come gli ero per rango non voleva che in qualcosa io apparissi a lui supe­riore. Così per dodici anni dopo il mio consolato ci tro­vammo a collaborare in cause importantissime 1010 nella più grande sintonia: io mostravo di dargli la precedenza e così lui faceva con me; e il mio consolato che sul pri­mo momento lo aveva lievemente indispettito fu quello che poi ci unì con l'elogio che egli fece delle mie gesta per le quali provava ammirazione.
324 maxume vero perspecta est utriusque nostrum exercitatio paulo ante quam perterritum armis hoc studium Brute nostrum conticuit subito et obmutuit: cum lege Pompeia ternis horis ad dicendum datis ad causas simillumas inter se vel potius easdem novi ve niebamus cotidie. quibus quidem causis tu etiam Brute praesto fuisti complurisque et nobiscum et solus egisti ut qui non satis diu vixerit Hortensius tamen hunc cursum confecerit: annis ante decem causas agere coepit quam tu es natus; idem quarto sexagensumo anno perpaucis ante mortem diebus una tecum socerum tuum defendit Appium. dicendi autem genus quod fuerit in utroque orationes utriusque etiam posteris nostris indicabunt.
324 La pe­rizia di ambedue noi dette le sue prove migliori Bruto pochissimo tempo prima che questa nostra attività at­territa dalle armi si zittisse e ammutolisse d'improv­viso: la legge Pompeia` aveva concesso un massimo di tre ore per parlare e quelle che erano cause del tutto si­mili o piuttosto sempre le stesse noi andavamo a discu­terle sapendoci rinnovare ogni giorno. A queste cause del resto anche tu Bruto hai preso parte e molte ne hai trattate insieme a me e da solo; così Ortensio an­che se non è vissuto tanto a lungo tuttavia ha percorso fino in fondo il suo tragitto in questo modo: iniziò a trattar cause dieci anni prima che tu nascessi; e a ses­santaquattro anni solo pochi giorni prima della morte ha difeso insieme a te tuo suocero Appio." Quali siano poi stati il suo e il mio genere di eloquenza lo mostre­ranno anche ai posteri le orazioni di ambedue noi.
325 Sed si quaerimus cur adulescens magis floruerit dicendo quam senior Hortensius causas reperiemus verissumas duas. primum quod genus erat orationis Asiaticum adulescentiae magis concessum quam senectuti. genera autem Asiaticae dictionis duo sunt: un um sententiosum et argutum sententiis non tam gravibus et severis quam concinnis et venustis qualis in historia Timaeus in dicendo autem pueris nobis Hierocles Alabandeus magis etiam Menecles frater eius fuit quorum utriusque orationes sunt in primis ut Asiatico in genere laudabiles. aliud autem genus est non tam sententiis frequentatum quam verbis volucre atque incitatum quali est nunc Asia tota nec flumine solum orationis sed etiam exornato et faceto genere verborum in quo fuit Aeschylus Cnidius et meus aequalis Milesius Aeschines. in his erat admirabilis orationis cursus ornata sententiarum concinnitas non erat.
325 Ma se ci chiediamo perché come oratore Orten­sio sia fiorito più da giovane che nell'età matura possia­mo trovare due spiegazioni che rispondono ottimamente alla realtà. In primo luogo c'è il fatto che il genere di eloquenza asiano era più adatto alla gioventù che a un'e­tà attempata. Sono poi due i generi di eloquenza asiana: uno concettoso e acuto di una concettosità non tanto solenne e austera quanto aggraziata e fondata su un giuoco di simmetrie; come nella storiografia fu Ti­meo e nell'eloquenza quando eravamo ragazzi le­rocle di Alabanda e ancor più suo fratello Menecle:" le orazioni di ambedue per appartenere al genere asia­no sono tra le più pregevoli. L'altro genere invece non è tanto costellato di formulazioni concettistiche quanto piuttosto rapido e concitato nell'elocuzione com'è ora quello in voga in tutta l'Asia:" lo caratterizzano non solo la fiumana delle parole ma anche un linguaggio adorno e raffinato; a questo genere appartenevano Eschilo di Cnido e il mio coetaneo Eschine di Mileto. Era ammirevole la scorrevolezza del loro stile; mancava invece l'elegante simmetria delle formulazioni.
326 haec autem ut dixi genera dicendi aptiora sunt adulescentibus in senibus gravitatem non habent. itaque Hortensius utroque genere florens clamores faciebat adulescens. habebat enim et Meneclium illud studium crebrarum venustarumque sententiarum in quibus ut in illo Graeco sic in hoc erant quaedam magis venustae dulcesque sententiae quam aut necessariae aut interdum utiles; et erat oratio cum incitata et vibrans tum etiam accurata et polita. non probabantur haec senibus--saepe videbam cum inrident em tum etiam irascentem et stomachantem Philippum -- sed mirabantur adulescentes multitudo movebatur.
326 Però come ho detto ambedue questi generi di eloquenza sono più adatti ai giovani; sulla bocca di uomini attempati mancano di gravità. Perciò Ortensio che bril­lava in ambedue da giovane suscitava acclamazioni. In­fatti da una parte aveva il gusto tipico di Menecle per le frequenti ed eleganti formulazioni concettistiche: tra le quali come in quel greco così in lui ve ne erano di quelle più aggraziate e piacevoli che necessarie o a volte anche utili; dall'altra parte aveva uno stile oltre che concitato e vibrante anche curato e forbito. Tutto que­sto non veniva apprezzato dalla gente di una certa età -vedevo spesso Filippo farsi beffe di lui come lo vede­vo pure irritato e stizzito - ma i giovani eran pieni di ammirazione per Ortensio mentre la folla ne era trasci­nata.
327 erat excellens iudicio volgi et facile primas tenebat adulescens. etsi enim genus illud dicendi auctoritatis habebat parum tamen aptum esse aetati videbatur. et certe quod et ingeni quaedam forma lucebat et exercitatione perfecta eratque verbo rum astricta comprensio summam hominum admirationem excitabat. sed cum iam honores et illa senior auctoritas gravius quiddam requireret remanebat idem nec decebat idem; quodque exercitationem studiumque dimiserat quod in eo fuerat acerrimum concinnita s illa crebritasque sententiarum pristina manebat sed ea vestitu illo orationis quo consuerat ornata non erat. hoc tibi ille Brute minus fortasse placuit quam placuisset si illum flagrantem studio et florentem facultate audire potuisses.
327 A giudizio del popolo era eccellente e così da giovane deteneva un primato incontrastato. Infatti anche se quel genere di eloquenza aveva scarsa autorevo­lezza tuttavia appariva adatto alla sua età. E indubbia­mente dal momento che in lui erano ben evidenti i segni di un talento naturale perfezionato grazie alla pratica e all'esercizio e il suo periodare era ben serrato egli suscitava da parte della gente la più grande ammirazio­ne. Però quando il suo rango e la sua autorevolezza di uomo maturo richiedevano ormai una maggiore gravità rimaneva lo stesso e non gli si addiceva più; 1056 e sicco­me aveva allentato l'esercizio e l'applicazione che era stata in lui fervidissima restava di una volta il frequen­te giuoco delle simmetrie nell'espressione; ma non era più adorno della veste stilistica che gli era abituale. Per questo Bruto egli forse ti è piaciuto meno di quanto ti sarebbe piaciuto se tu avessi potuto ascoltarlo quando ardeva di zelo ed era florido di risorse.»
328 Tum Brutus: ego vero inquit et ista quae dicis video qualia sint et Hortensium magnum oratorem semper putavi maxumeque probavi pro Messalla dicentem cum tu afuisti. Sic ferunt inquam idque declarat totidem quot dixit ut aiunt scripta verbis oratio. ergo ille a Crasso consule et Scaevola usque ad Paulum et Marcellum consules floruit nos in eodem cursu fuimus a Sulla dictatore ad eosdem fere consules. sic Q. Hort ensi vox exstincta fato suo est nostra publico. Melius quaeso ominare inquit Brutus.
328 Allora Bruto: «Mi è ben chiara» disse «la natura delle tue riserve; Ortensio comunque l'ho sempre rite­nuto un grande oratore e ho avuto modo di apprezzarlo soprattutto quando ha difeso Messalla:'O- tu allora eri lontano da Roma». «Questa è l'opinione generale;» dissi «e trova conferma nel discorso scritto il quale a quanto si dice riproduce parola per parola quello che effettiva­mente pronunciò. Dunque egli fiorì dal consolato di Crasso e di Scevola fino a quello di Paolo e di Marcel­lo; 1058 mentre io ho percorso la stessa carriera dalla ditta­tura di Silla fino all'incirca allo stesso consolato.1059 Così la voce di Ortensio si è estinta in forza del suo per­sonale destino la mia in forza del destino dell'intera co­munità.»
329 Sit sane ut vis inquam et id non tam mea causa quam tua; sed fortunatus illius exitus qui ea non vidit cum fierent quae providit futura. saepe enim inter nos impendentis casus deflevimus cum belli civilis causas in privatorum cupiditatibus inclus as pacis spem a publico consilio esse exclusam videremus. sed illum videtur felicitas ipsius qua semper est usus ab eis miseriis quae consecutae sunt morte vindicavisse.
329 «Per favore fa' migliori presagi» disse Bruto. «Sia come vuoi; e ciò non tanto a cagione di me quanto di te. Ma egli ebbe una fine davvero fortunata perché non vide il verificarsi di quanto aveva previsto. Spesso infatti deplorammo tra di noi le sciagure che ci sovrasta­vano: vedevamo come le passioni dei privati dentro di sé avessero i semi della guerra civile mentre dalle pubbli­che deliberazioni ogni speranza di pace restava tagliata fuori. Ma la sua buona sorte di cui sempre ebbe a gode­re pare averlo preservato con la morte dalle sventure che sono poi seguite.
330 Nos autem Brute quoniam post Hortensi clarissimi oratoris mortem orbae eloquentiae quasi tutores relicti sumus domi teneamus eam saeptam liberali custodia et hos ignotos atque impudentes procos repudiemus tueamurque ut adultam virginem caste et ab amatorum impetu quantum possumus prohibeamus. equidem etsi doleo me in vitam paulo serius tamquam in viam ingressum priusquam confectum iter sit in hanc rei publicae noctem incidisse tamen ea consolatione sustentor quam tu mihi Brute adhibuisti tuis suavissimis litteris quibus me forti animo esse oportere censebas quod ea gessissem quae de me etiam me tacente ipsa loquerentur viverentque mortuo; quae si recte esset salute rei publicae sin secus interitu ipso testimonium meorum de re publica consiliorum darent.
330 Noi però Bruto poiché dopo la morte di quel­l'eccelso oratore che fu Ortensio siamo rimasti quasi co­me i tutori dell'orfana eloquenza teniamocela in casa circondandola di una sorveglianza rispettosa della sua natura signorile; respingiamo questi "proci” ignobili e impudenti e vigiliamo sulla sua castità come se fosse una vergine matura; proteggiamola per quanto possia­mo dagli assalti dei libertini." Per quanto mi concer­ne io mi dolgo sì per il fatto che entrato un po' troppo tardi nella vita - come chi s'inoltra per una via - pri­ma di giungere al termine del cammino sono stato sor­preso da questa notte dello stato; e tuttavia mi conforto con quei motivi di consolazione che tu Bruto mi hai fornito in quella tua graditissima lettera:" là esprimevi il parere che io dovessi esser forte avendo io compiuto gesta capaci da sole di parlar di me anche se io me ne stessi in silenzio e destinate a vivere dopo la mia morte; e dicevi che queste avrebbero testimoniato della mia lun­gimiranza politica: con la salvezza dello stato se le cose andranno bene e altrimenti col suo stesso annienta­mento.
331 sed in te intuens Brute doleo cuius in adulescentiam per medias laudes quasi quadrigis vehentem transversa incurrit misera fortuna rei publicae. hic me dolor tangit haec me cura sollicitat et hunc mecum socium eiusdem et amoris et iudici. tibi fav emus te tua frui virtute cupimus tibi optamus eam rem publicam in qua duorum generum amplissumorum renovare memoriam atque augere possis. tuum enim forum tuum erat illud curriculum tu illuc veneras unus qui non linguam modo acuisses exercitatione dic endi sed et ipsam eloquentiam locupletavisses graviorum artium instrumento et isdem artibus decus omne virtutis cum summa eloquentiae laude iunxisses.
331 Ma se alzo lo sguardo su di te Bruto mi dolgo che la sventurata sorte dello stato sia bruscamente venu­ta a mettersi d'inciampo alla tua giovinezza che avanza­va come su una quadriga in mezzo alle lodi.1` Questo è il dolore che mi tocca questa la preoccupazione che mi angustia; e così è per costui che con me condivide lo stesso affetto e la stessa stima. A te va tutto il nostro fa­vore: desideriamo che tu goda appieno del frutto delle tue doti auspichiamo per te una situazione politica in cui tu possa rinnovare e accrescere la memoria di due ca­sate illustrissime. Tuo era infatti il foro tua quella lizza tu solo ti eri presentato là in possesso non sola­mente di una lingua resa agile dall'esercizio: avevi anche provveduto l'eloquenza del corredo di più austere discipline e grazie proprio a queste avevi unito ogni splendore di virtù con la più grande gloria di eloquenza.
332 ex te duplex nos afficit sollicitudo quod et ipse re publica careas et illa te. tu tamen etsi cursum ingeni tui Brute premit haec importuna clades civitatis contine te in tuis perennibus studiis et effice id quod iam propemodum vel plane potius e ffeceras ut te eripias ex ea quam ego congessi in hunc sermonem turba patronorum. nec enim decet te ornatum uberrumis artibus quas cum domo haurire non posses arcessivisti ex urbe ea quae domus est semper habita doctrinae numerari in volgo patronor um. nam quid te exercuit Pammenes vir longe eloquentissimus Graeciae quid illa vetus Academia atque eius heres Aristus hospes et familiaris meus si quidem similes maioris partis oratorum futuri sumus?
332 Per te ci affligge una duplice pena che tu debba sopportar la mancanza dello stato ed esso la tua. Ma tu tuttavia Bruto anche se il corso del tuo ingegno è bloccato da questo sciagurato disastro della comunità persisti nei tuoi studi di sempre mirando a quel risultato che già quasi - o piuttosto completamente - ti era riu­scito di realizzare: di toglierti da quella turba di avvoca­ti che io ho ammassato in questo mio discorso. Infatti a te che sei equipaggiato delle discipline più feconde - e non potendotene abbeverare in patria te le sei procurate in quella città che sempre è stata ritenuta la dimora del sapere - non si addirebbe di venir annoverato nella massa degli avvocati. Difatti perché ti avrebbero forma­to e addestrato Pammene l'uomo di gran lunga più eloquente di tutta la Grecia e l'accademia antica e il suo erede Aristo 1 se siamo destinati a esser simili alla maggior parte degli oratori?
333 nonne cernimus vix singulis aetatibus binos oratores laudabilis constitisse? Galba fuit inter tot aequalis unus excellens cui quem ad modum accepimus et Cato cedebat senior et qui temporibus illis aetate inferiores fuerunt; Lepidus postea deinde Carbo; nam Gracchi in contionibus multo faciliore et liberiore genere dicendi quorum tamen ipsorum ad aetatem laus eloquentiae perfecta nondum fuit; Antonius Crassus post Cotta Sulpicius Hortensius. nihil dico amplius tantum dico: si mihi accidisset ut numerarer in multis * * * si operosa est concursatio magis oportunorum * * *
333 Non vediamo che in ognuna delle diverse epoche ci furono a malapena un paio di oratori davvero apprezzabili? Galba tra tanti suoi coetanei fu il solo a eccellere; e a lui come si tra­manda restava inferiore Catone che era più anzia­no come pure quelli che allora eran più giovani di lui; poi ci fu Lepido e quindi Carbone; quanto ai Grac­chi di fronte all'assemblea del popolo potevano ricorrere a un genere di eloquenza molto più agile e sciol­to; e tuttavia all'epoca loro i pregi dell'eloquenza non avevano ancora raggiunto piena maturità; Antonio Crasso poi Cotta Sulpicio Ortensio. Non dico nien­te di più solo questo dico: se mi fosse accaduto di venire annoverato tra i molti ... Se costa grande fatica la com­petizione ... »
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